"La matassa" di Ficarra e Picone
Le recensioni "ufficiali":
La figlia di Scalfaro: Un film da Oscar
La Padania: sarebbe un capolavoro...
Rivista Vinum: bravo, bravissimo, Antonio Albanese!
Il sole 24ore: un fatturato che vale lo 0,1% del PIL
Al botteghino La Matassa straccia tutti, non ce n’è per nessuno. Esce, parte, impenna, e va in testa. Il suo segreto? Leggerezza e semplicità.
Questo è un film che... sniff... sniff... eh sì... che sa proprio di altri tempi, senza per questo puzzare di muffa o naftalina!
Non ci sono sofisticazioni, non si scorgono contraffazioni, venghino siore e siori. Qui si ride con genuinità, così come lo si faceva una volta, senza beceri doppi sensi, o gratuite volgarità . Eh questo, minchia, non mi sembra poco.
E poi, senza nulla togliere al sex appeal di Ficarra e Picone, anche loro, con le loro facce, sembrano proiettati nel passato, soprattutto Picone con la sua normalità (che poi è sempre meglio di anormalità) da bravo ragazzo anni ’60, senza piercing, tatuaggi "tamarri" o capelli alla Bill Kaulitz.
La Matassa è la storia di due cugini nemici giurati a causa di un’eredità ingarbugliata e contesa. Potrebbe ricordare le lotte coi coltelli tra i denti per le eredità Bertone e Agnelli eppure La Matassa è lontana anni luce, ma solo perché il film si svolge a Catania. I due protagonisti crescono assieme come fratelli, uno figlio androcchia e truffatore, l’altro babacchione e vittima. Poi la lite tra i genitori li separa fino ai giorni nostri, quando la sorte dell’albergo Gerace, simile a quella dell’Alitalia, torna ad unirne i destini.
Attorno a questa vicenda ruota all’incirca tutto il film, mentre attorno a Ficarra e Picone ruotano un paio di azzeccati caratteristi, anche loro esempi tipici di un cinema che non c’è più: un Giuliano Ferrara, forse un paio d’etti più magro, che abbraccia tutti, il mafioso pasticcione che ride da iena. Volete sapere come va finire la disputa? Non ve lo dico, andate al cinema!
Prima di concludere, un sentito ringraziamento va alle due signore sedute dietro di me che con il loro continuo chiacchierare come fossero al cinema parrocchiale, hanno contribuito a ricreare quel tipico clima retrò...
"Gran Torino" di Clint Eastwood
Cairo non ti agitare, il film nemmeno ti sfiora!
Il titolo prende spunto da una Ford degli anni ’70 che a sua volta si ispirava alla “grande” FIAT di quel periodo - Torino perché allora le auto non si producevano né in Polonia né in Brasile.
Il protagonista è Walt Kolaski, un irascibile pensionato che non ha diritto alla Social Card e vive nel passato: i ricordi dolorosi della guerra di Corea (ma mai così amari come per noi italiani nel ’66, Corea – Italia: 1- 0), il lavoro come baracchino alla Ford, gli ex vicini di casa ora rimpiazzati da nuove famiglie di emigranti asiatici.
Lui, misantropo e scontroso uomo del Midwest, si comporta con loro come Borghezio con le nigeriane sul treno Torino – Milano.
Ma quando una gang di “musi gialli” cerca di barbargli la macchina, la mitica Gran Torino, allora la situazione precipita. Pinza lo sbarbatello mangia riso vicino di casa con le mani sullo sterzo. Poi però scopre che il guaglione-babacchione è vittima di una gang di fetenti che vorrebbe iniziarlo alla malavita, allora cerca di proteggerlo.
I parenti del guaglione orientale, famiglia umile ma onesta, provano vergogna, sono pentiti e addolorati per l’accaduto. Per farsi perdonare rimpinzano Kolaski di involtini primavera e wantun fritti. “Papà, vieni via” gli dicono intanto i figli interessati non tanto al suo fegato quanto a intascarsi i proventi della vendita della casa. Via?
Non mi sono mai divertito tanto, pensa Kolaski oliando fucile e pistola. Invece di formare una ronda va lui da solo a stanare i malavitosi, diventando così l’eroe del quartiere. Il film finisce bene e male.
Bene perché dimostra come culture e etnie diverse possono sempre trovare un punto d’incontro. Male perché ... beh, immagine un po’...
"Lo strano caso di Benjamin Button" di David Fincher
C’è un vecchio pelato a cui crescono i capelli e spariscono le rughe. È un nanerottolo ma nel corso del film guadagna un bel po’ di centimetri. ALT, fermi! Non siate precipitosi, non dite “io questo film l’ho già visto anni fa!”.
Qui il protagonista è Brad Pitt, non porta la bandana e nemmeno scarpe con le zeppe. Semplicemente - si fa per dire – vive una vita al contrario, cioè nasce Nonno Puffo e muore Pisellino di Braccio di Ferro. E il padre, invece di portarlo da Roberto Giacobbo a Voyager o da Bruno Vespa, che fa? Lo abbandona.
La storia prende spunto da un racconto di Fitzgerald, ma i riferimenti finiscono qui (dice chi lo ha letto). La vita di Benjamin, molto ficus quando sarà grande, si intreccia con i principali fatti del ‘900, e soprattutto con una sfiga che a tratti fa le capriole nella comicità.
Da vecchio Ben lavora come mozzo (e meno male che non lo vede Epifani) mentre da giovane si gratta le ginocchia, partecipa alla II guerra mondiale su un rimorchiatore col quale però affonda un U-boot tedesco, col vero amore della sua vita non riesce mai a quagliare anche se lui è Ficus Benjamin Brad Pitt.
Probabilmente il giovane/nonno si porta dietro traumi mai superati. Come ci si deve sentire a non avere all’improvviso più la pensione, la Social Card, a sentire i denti spingere sotto la dentiera?
Boh. Il regista David Fincher, uno che la sa lunga (Seven, Fight Club) non se lo chiede, preferisce soffermarsi su aspetti più frivoli: la fuggevolezza dei rapporti umani, lo scorrere del tempo, l’ombra incombente della morte. Roba da far fregare le mani a quelli del Giubileo. Attorno a Benjamin Button muoiono come mosche - così va la vita - mentre i pochi che resistono non prendono il Multicentrum 50+ e si vede! Sciabolate di rughe, artrosi invalidante, sordità e canizie a ciuffi.
Il figlio di Ficus Benjamin cresce e intanto il padre ringiovanisce coronando così il sogno di qualsiasi genitore, quello di poter affermare con orgoglio: “io e mio figlio siamo come due fratelli”.
Ma nulla è per sempre, nemmeno in una storia fantastica. Le cose presto prendono una brutta piega, come non bastasse la disgrazia di nascere vecchio! Benjamin Supergiovane fricchettone vuole la sua indipendenza e se la tela di casa sotto gli occhi tristi della famiglia che teme vada a drogarsi.
Invece, con la moto a scorreggetta, lui va in lungo e in largo per gli States, e ogni volta che torna a casa è sempre più Supergiovane.
Prima di dover fare ritorno nel girello, però si ferma e tra le braccia di mamma si addormenta per il sonno eterno. Amen.
Bello? Non lo so, certo è che la pellicola seppiata mette un certo languore!